Terminata la stagione irrigua 2023 è il momento di avviare le necessarie analisi e riflessioni. Abituati a decenni dove le stagioni irrigatorie si assomigliavano tutte per andamento e limitate criticità, con rare eccezioni come nel 2003 o, nelle passate stagioni del 1965 o del 1922, ormai dal 2022 più nulla è come prima.
L’innalzamento delle temperature medie determina un accumulo nevoso alpino sempre più esiguo con uno scioglimento sempre più anticipato con inevitabili conseguenze sulla disponibilità in fiumi e laghi.
Inoltre l’aumento della produzione elettrica da fonti rinnovabili, soprattutto fotovoltaico ed eolico, ha modificato profondamente il ricorso alla produzione idroelettrica da serbatoio (dighe) che è sempre più variabile e pulsata con inevitabili impatti sul sistema irriguo.
Mancando acqua si innescano inevitabili tensioni intorno alla priorità di utilizzo della risorsa e spesso, si è visto anche nel 2023, le priorità stabilite dal legislatore vengono sovvertite con vari artifici.
Il 2023, iniziato con la prosecuzione della drammatica siccità del 2022, ha visto un repentino cambio di tendenza a fine aprile grazie a precipitazioni che sono proseguite fino alla terza decade di luglio, purtroppo anche con eventi estremi quanto mai devastanti.
Sono bastate due settimane senza piovosità per far tornare, tra la prima e la seconda decade di agosto, il sistema irriguo in profonda crisi con pesanti riduzioni e turnazioni e, solo le provvidenziali piogge verificatesi dopo ferragosto, hanno permesso di portare a maturazione i raccolti.
Purtroppo con le piogge, come sempre più spesso capita, si sono avuti fenomeni estremi sia ventosi che grandigeni quanto mai devastanti di cui è ancora in corso la conta dei pesanti danni a strutture e culture pluriennali.
Il lago Maggiore si è svuotato, tra luglio e agosto, in modo prevedibile in poco più di 20 giorni, per poi riempirsi in meno 72 ore in conseguenza del fenomeno estremo di fine agosto. Questo evento è ulteriore sintomo di un sistema meteorologico sempre più instabile e sempre più carico di energia; il mondo agricolo è il primo contesto a subirne conseguenze e danni, spesso nel disinteresse generale.
L’andamento della falda nella stazione di misura considerata è testimone dell’andamento della stagione irrigua 2023, con l’andamento positivo prima, la fase di criticità e stallo di agosto e la ripresa finale.
Attualmente è in corso la fase di scarico che, in questi giorni, appare più intensa delle scorse annate con un rateo di discesa che si avvicina ai 6 cm al giorno. Questa rapidità preoccupa perché, in assenza di piogge lente nei prossimi mesi o di diffuse sommersioni invernali, potremmo trovarci ad aprile 2024 con una falda estremamente depressa con inevitabili ripercussioni sul servizio irriguo dell’intero areale risicolo, con criticità maggiori verso i terminali delle reti complesse.
In questo scenario quanto mai complesso e dove più nulla è come nel passato stupisce che, con i fondi del PNRR, si progetti un rapidissimo intervento di rinaturazione del Po tra Piemonte e Lombardia.
Si tratta di un maxi progetto per il quale sono stati previsti oltre 350 milioni di euro, l’iter autorizzativo è stato concentrato a cavallo di ferragosto in considerazione delle urgenze di avviare i lavori.
Il progetto prevede di riportare allo stato naturale ampie porzioni di alveo del Po eradicando la pioppicoltura, per sostituirla con presunte essenze naturali e con la riconfigurazione di importanti tratti del Po, garantendone la libera divagazione.
Stupisce la radicalità del progetto che prevede imponenti espropriazioni, la revoca di moltissime concessioni di utilizzo di terreni demaniali attualmente presidiati da agricoltori che coltivano pioppi, e prevede di andare a creare aree a naturalità artefatta ed artificiale.
AIPO ed Autorità di Bacino intendono aprire i cantieri già nei prossimi mesi così da non perdere i contributi del PNRR.
Stupisce e preoccupa che, nella fretta di progettare con tutti i crismi, non sia stato previsto un piano di manutenzione di aree che torneranno in assoluta piena disponibilità, e responsabilità, dello Stato. L’assenza di un piano di manutenzione, l’assenza di specifici fondi per la manutenzione e l’assenza di un soggetto che diventi gestore sostituendosi all’attuale proprietà privata o agli attuali concessionari, genera estrema preoccupazione in quanto si corre il rischio che intere porzioni di alveo del Po diventino terra di nessuno con la concreta possibilità di abbandoni di rifiuti, di diffusione di pratiche illecite e di trionfo di specie esotiche infestanti.
La naturalizzazione del Po deve essere un evento che non può andare contro la storia degli ultimi 9 secoli, da quanto i benedettini avviarono le prime grandi bonifiche, qui si rischia di tornare indietro.
Mentre ci si appella a presunti vincoli comunitari ci si dimentica che tutti i grandi fiumi europei, Reno, Danubio, Schelda, Rodano e molti altri, sono fiumi navigabili dove si garantisce la naturalità in interazione con l’attività antropica di trasporto, di fruizione e di paesaggio.
Imporre naturalità ignorando il contesto agricolo costituisce un grave errore strategico e pianificatorio in quanto si va ad elidere l’elemento umano che, con etica e deontologia, diventa il garante della trasmissione della naturalità alle prossime generazioni. Con le dinamiche amministrative e burocratiche a cui stiamo assistendo rischiamo di cantierizzare progetti che ricordano le grida manzoniane e che drenano imponenti risorse del PNRR che, in gran parte, sono a debito.
Spiace che i 350 milioni di euro destinati ad un progetto senza futuro, essendo privo di un piano di manutenzione e che rischia di avere gravissime ripercussioni sull’intera filiera del legno italiana con importazione di legname dal costo ambientale immenso, non siano stati destinati ad iniziative più utili per gestire la transizione ecologia e mitigare il cambiamento climatico.
Queste risorse del PNRR potevano, e si spera possano, essere messe a disposizione per la costruzione di un moderno modello di gestione della falda i cui benefici sarebbero a disposizione dell’intero bacino padano gestendo un bacino sotterraneo che garantirebbe naturalità, accumulo di risorsa e garanzie sulla filiera.
Esistono proposte concrete e attuabili di gestione della falda creando un ambiente virtuoso e una collaborazione tra ambiti imprenditoriali, contesti ambientali e soggetti istituzionali, ma si è preferito piantare essenze per centinaia di milioni di euro travolgendo la storica coltivazione del pioppo che da secoli garantisce ambiente, economia e presidio nelle aree golenali.
Per altro andare a rinaturare, e qualche perplessità anche sul verbo sorge, determinerebbe la compromissione di aree agricole che, pur se golenali, almeno nel tratto di Po a monte della confluenza del Ticino, sono tra le più fertili di tutta la pianura padana usufruendo del contributo irriguo dato dalla restituzione di falda freatica.
Inseguire logiche ambientaliste novecentesche senza la consapevolezza che l’attuale cambiamento climatico ha stravolto tutti i paradigmi del passato non fa bene a nessuno. Serve una alleanza con capacità prospettiche e progettuali completamente nuove.
Serve rinaturare con coerenza, magari partendo dalla falda, non limitarsi a piantumare aree fino ad oggi agricole, così facendo non si tutela l’agricoltura del bacino padano e non si tutela neppure la sicurezza idraulica in quanto si destinano all’abbandono e al non presidio, attualmente garantito dalle imprese agricole, estese aree golenali.
Analizzando nel dettaglio.
Riserve Nevose:
L’analisi delle riserve nevose delle 4 stazioni nivometriche non è allo stato significativa, non appena si avvierà l’auspicata ricostituzione dell’accumulo si riavvierà il costante monitoraggio.
Lago Maggiore:
Il Lago Maggiore ha visto nelle ultime settimane una rapida crescita, senza mai superare i livelli ammessi, a cui è seguito un lento e costante calo.
L’evento temporalesco di giovedì 14 settembre ha determinato una ripresa dei livelli.
Diventa fondamentale, vista l’esperienza degli ultimi anni, salvaguardare i volumi attualmente disponibili, nel pieno rispetto della sicurezza idraulica.
Riportiamo i consueti grafici acquisiti dal sito laghi.net.

Dato in cm del livello idrometrico a Sesto Calende negli ultimi tre anni al 15 settembre.

Andamento Falda:
La falda freatica, nella stazione di misura considerata, si è avviata in modo intenso la fase di scarico con un rateo intenso. Come già indicato se non vi saranno piogge autunnali o diffuse ricariche invernali, il livello della falda atteso in primavera non sarà difforme, probabilmente inferiore, a quanto riscontrato ad aprile 2023.
A pari data, rispetto al 2021, la falda attualmente è 5 cm più bassa. Rispetto al 2022 il vello è più depresso di 22 cm. Il dato 2022 è però influenzato dalla siccità e dalla tardività delle ultime irrigazioni proprio in conseguenza del fenomeno siccitoso.
Con riferimento poi alla stazione di misura di Sartirana Lomellina si riporta anche l’andamento pluviometrico degli ultimi sei mesi del 2021, 22 e 23.

Scala di allarme riserva irrigua comparto risicolo e possibili interventi emergenziali:
In questa fase viene sospesa, fino a novembre, l’analisi della scala di allarme.