Questa analisi evidenzia una situazione nuova: EMERGENZA SISTEMICA.
Stiamo vivendo un’emergenza sistemica e assoluta. Abbiamo sottovalutato, molti in modo importante e pochi almeno analizzandone le cause, i segnali che arrivavano dal 2022. La siccità del 2022 fu un evento canonico generato da 7 mesi di assenza di precipitazioni che si prorogarono poi per i 9 mesi successivi fino ad aprile 2023.
In ogni caso dopo quella siccità poco è cambiato.
La siccità di queste settimane è diversa rispetto a quella del 2022, non è episodica ma si presenta come un evento sistemico, ampio e generato da un fattore strutturale fino ad ora sottovalutato: il caldo.
Da maggio siamo in piena deriva termica con anomalie continue di temperature spesso superiori di 6 gradi rispetto alle medie ventennali: un’enormità ai limiti del concepibile e che nessun modello meteo-climatico aveva previsto.
Ecco che la siccità del 2026 non è da carenza di precipitazione ma è strutturale.
Strutturale per dimensioni: l’intero continente europeo ne è ostaggio. Il Reno è 3 metri sotto il minimo storico e la navigazione fluviale è a rischio. Il Danubio ha portate minimali, tanto da non riuscire neppure a raffreddare impianti nucleari che usano le acque del fiume (non dimentichiamo questo dato quando parleremo di nucleare che non potrà più essere fatto a raffreddamento fluviale), l’Elba è oltre due metri sotto il livello medio. Il Po è ridotto ad un torrentaccio in assoluta emergenza tanto da aver portato la severità idrica distrettuale a severa. A Ponte Lago scuro mancano oltre 200 m3/s rispetto ai minimi delle portate di magra in grado di contrastare la risalita del cuneo salino, la portata è inferiore del 50 % rispetto ai minimi storici.
Arriviamo da un inverno con la consueta nevosità tardiva (da un quinquennio è la norma), una primavera non particolarmente avara di piogge e poi da maggio un caldo asfissiante che ha compromesso i ghiacci antichi creando instabilità in quota che analizzeremo in chiusura di report.
Ecco che il caldo stravolge ogni modello ed ogni abitudine idrologica del recente passato: la neve che prima durava mesi, ora si consuma in settimane e il colmo dello scioglimento nivale è sempre più anticipato e distante rispetto ai picchi di idroesigenza, cosa che non accadeva fino al primo decennio degli anni 2000.
Dibattiti su sommersione, semine anticipate e premialità varie, se non inquadrati nell’attuale complicatissimo scenario di accelerazione di riscaldamento, rischiano di risultare sterili e decontestualizzati.
Gli impatti che si possono avere in assenza di un cambio di paradigma idraulico/irriguo potente e rapido, sono tali da rendere vecchio ogni ragionamento che ciascuno di noi porta avanti da anni. Sta cambiando tutto a una velocità di cui non riusciamo ad avere contezza e ogni certezza si sgretola settimana dopo settimana.
Non basta più parlare solo di semina in sommersione, occorre ragionare di un nuovo sistema irriguo che preveda l’uso di risorsa durante tutto l’anno.
Due settimane fa i modelli previsionali, che sembravano aver raggiunto una buona affidabilità, hanno sovrastimato precipitazioni su cui tutti facevano affidamento per l’areale risicolo. Sono riapparse dinamiche di errore dei modelli predittivi che sono sempre più condizionati dalla temperatura del mare che è una pentola a pressione prossima ad esplodere.
Sono circoscritti (e abbastanza noti) i territori che soffrono poco la siccità, e qui servirà una riflessione perché con questa crisi strutturale più nulla potrà restare come prima e i sacrifici andranno distribuiti in modo omogeneo sul territorio. E anche la pianificazione, partendo delle analisi degli anni 80 del secolo scorso, andrà profondamente rivista.
La risicoltura praticata tra Lombardia e Piemonte è la banca dell’acqua per l’intera pianura padana con la sua storica capacità di ricaricare la falda. Ma serve cambiare il modello di gestione dell’acqua che subisce sempre più il regime pluviale di fiumi storicamente nivo/glaciali. Per usare una metafora finanziaria: non possiamo più permetterci gestioni di fondi d’investimento che producono reddito per poche imprese concentrate in territori ristretti e danneggiano quelle collocate nei restanti territori più ampi. La salvezza idraulica della pianura padana passa dalla coltivazione del riso e soprattutto dalla coltivazione dell’acqua: il water farming. Governare la risorsa con regole nuove che permettano di convivere con una emergenza che dovremo chiamare, molto presto, quotidiano.
La risicoltura deve restare centrale nel terrazzo risicolo anche per supportare una secolare filiera e un territorio plasmato sul riso, ma occorrono pragmatismo ed equità territoriale.
Gestire l’acqua anche d’inverno diventa essenziale, da subito, dai prossimi mesi, altrimenti rischiamo di compromettere dopo la neve e i ghiacciai storici anche la falda freatica e a quel punto si perderanno i pozzi e sarà la Caporetto totale.
In queste ore i danni stanno emergendo come temevamo, e come si era anticipato nelle varie riunioni analizzando i dati sempre più preoccupanti. Nel solo ambito risicolo l’ordine di grandezza sono le centinaia di milioni di euro.
Questa siccità è particolarmente critica perché colpisce le code dei sistemi irrigui e risale velocemente a monte. E questo accade proprio quando le spese di coltivazione sono state tutte sostenute e in un momento in cui i mercati agricoli sono in drammatica tensione ribassista.
Appaiono drammatici i dati di falda come prima accennato. La situazione è peggiore rispetto all’anno 2022 con una previsione che rischia di essere oltre il peggio del concepibile. Una falda, che non si forma, impatta sull’efficienza dei pozzi e sul delicato equilibrio idrologico alla base del sistema risicolo tra Pavia, Vercelli e Novara prima e sull’intera pianura padana a breve.
Occorrono misure di salvaguardia straordinarie per le imprese agricole e risicole in quanto solo il riso può agevolare il mantenimento di una qualche forma di equilibrio idrologico nella pianura padana. L’attuale innalzamento termico determina una compromissione di almeno il 30 % della capacità di accumulo nevoso: si tratta di 4/5 miliardi di m3 di acqua equivalente che scenderanno non più sotto forma nevosa, per sciogliersi gradualmente, ma saranno pioggia che andrà a mare in tempi sempre più rapidi se non si impara a coltivare l’acqua durante tutto l’anno.
Gli eventi alluvionali saranno inevitabilmente sempre più estremi e dirompenti con magnitudo paragonabili ai terremoti. Quanto accaduto in queste settimane sulle Alpi occidentali, dove modesti temporali sono stati in grado di innescare violente colate detritiche, è un segnale quanto mai preoccupante. Un’alluvione simil autunnale con limite pioggia sopra i 3000 metri (dato quanto mai probabile) e altezze di pioggia nell’intorno dei 400 mm in 48 ore (evento coerente con le attuali temperature del mar ligure) potrebbe innescare frane diffuse e trasporti solidi in grado di devastare il corso fluviale dei principali fiumi sia sulle Alpi che pianura con impatti sulle infrastrutture irrigue e potenzialmente anche sulle comunità.
Conteggiati gli attuali danni da siccità, che saranno ingenti, mentre si cercheranno le risorse per garantire la continuità alle imprese agricole che sono gli ultimi ed unici presidi del territorio, occorrerà con rapidità estrema costruire un nuovo modello gestionale da sperimentare già nella prossima stagione invernale per evitare di compromettere la funzionalità della falda freatica pesantemente provata da scarsità e da turnazioni che la stanno deprimendo nei mesi estivi come mai capitato prima, neppure nel 2022, anche se le stesse hanno consentito di limitare i danni.
La situazione è quanto mai complicata e impone un pragmatismo straordinario nell’aiutare le imprese agricole colpite, consapevoli altresì della necessità di un modello concettuale, legislativo e gestionale completamente nuovo.
Speriamo di non apparire come San Giovanni Battista, non per le doti religiose ma per il contesto allorchè gridava: “voce di uno che grida nel deserto” (Giovanni 1,23).
Analizzando in dettaglio.
Andamento neve:
L’analisi delle riserve nevose delle 4 stazioni nivometriche posizionate nell’intorno del Monte Rosa evidenzia la totale compromissione del manto nevoso.

Lago Maggiore:
Il lago Maggiore presenta un livello idrometrico nell’intorno di oltre – 40, minimo assoluto, ormai gli afflussi pareggiano le derivazioni, con un fattore di riduzione superiore al 70 %. Un dato drammatico, peggiore del 2022 che sta generando tensioni assolute, ma che impone una riflessione strutturale intorno alle erogazioni nel corso dell’anno.
Bisognerà poi valutare una riserva idroelettrica d’emergenza che agisca da defibrillatore irriguo in momenti come quello che stiamo vivendo: almeno il 20 % della capacità di invaso presente tra Piemonte, Valle d’Aosta e Lombardia dovrà essere messa in disponibilità tra il 15 luglio e il 15 agosto, anche a costo di stravolgere l’attuale assetto normativo. Cambiare le norme per salvare le produzioni agricole, nel rispetto degli impalcati legislativi generativi, non può e non deve più essere tabù.
Questa azione diventa emergenziale consapevoli che anche il comparto idroelettrico, con gli attuali standard produttivi e di rilascio, sta segnando minimi assoluti di molto peggiori rispetto al 2022, e non solo in Italia, come si vede dal dato elvetico del Canton Ticino.
Serve coraggio, tanto. Più Cardinal Federico e meno Don Abbondio. Ma le porpore sembrano scarseggiare a vantaggio di tanti mezzi curati.
Si riportano i grafici acquisiti dai siti istituzionali.
Dal sito www.laghi.net

Dal sito www.uvek-gis.admin.ch/

Andamento Falda:
L’andamento della falda freatica è sempre più preoccupante. Nell’anamnesi del sistema irriguo è il dato meno evidente ma più preoccupante. In 45 giorni è precipitata e l’irrigazione turnata ha impattato in modo imponente. La situazione è di molto peggio rispetto al 2022. Non si era mai vista una falda con andamento oscillante nel mese di luglio. Occorrono interventi urgenti di compenso dei prelievi e del mancato aumento. In assenza di interventi urgenti si rischia una compromissione senza precedenti.

Piovosità:
Si riporta l’andamento pluviometrico nell’ultimo semestre, riferito al periodo 2022/26, rilevato a Sartirana Lomellina. La piovosità di luglio 2026 è ascrivibile a fenomeni temporaleschi che non hanno avuto, in realtà, utilità sistemica.

Scala di allarme riserva irrigua comparto risicolo e possibili interventi emergenziali:
Questa quattordicesima analisi da inizio anno della scala di allarme vede la conferma di un dato di assoluta emergenza confermano il massimo grado di criticità. Lo stato degli accumuli nevosi è compromesso, questo conferma un indicatore 5. Il Lago Maggiore è prossimo all’esaurimento delle riserve, questo porta a ritenere coerente un indicatore 5. Con riferimento infine alla falda si ritiene coerente un fattore a 5 su 5 in considerazione del calo in atto.
Solo eventi di pioggia diffusi e costanti possono migliorare la situazione, ma nulla di importante e strutturato è previsto.
Questo porta a confermare l’indicatore complessivo della scala di allarme irrigua a 15, il massimo.