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Agroenergia e biogas, l’allarme sul DL “Bollette”: «Senza regole certe si spengono gli impianti»

06/02/2026

Intervista a Martino d’Asburgo-Lorena d’Este, imprenditore agricolo in Lomellina

Una bozza del Decreto-legge “Bollette” torna a mettere in discussione il meccanismo dei Prezzi Minimi Garantiti (PMG) per l’energia elettrica prodotta da biogas agricolo e biomasse: secondo le organizzazioni agricole, il testo prevederebbe un decalage del 20% annuo per 5 anni fino all’azzeramento, con l’effetto di rendere antieconomica la fase “post-incentivi” di molti impianti.

Ne parliamo con Martino d’Asburgo-Lorena d’Este, agricoltore e produttore di agroenergia.

Qui non si chiede un privilegio: si chiede certezza per investimenti già fatti

Che cosa sono i PMG e perché oggi sono centrali per il biogas agricolo?

I PMG, nel caso del biogas parliamo di BIO-PMG, sono un meccanismo che serve a garantire una soglia minima di remunerazione nella fase successiva agli incentivi storici. Non è “un incentivo in più”: è un modo per evitare che, finita la tariffa, un impianto che funziona e che ha ancora costi importanti venga buttato sul mercato senza rete di protezione. Il perimetro, oggi, riguarda gli impianti con incentivi in scadenza entro il 31 dicembre 2027 (o che rinunciano entro quella data per aderire al regime).

Qual è il punto critico della bozza di DL “Bollette”?

Da quello che leggiamo, il rischio è molto chiaro: riduzione progressiva dei PMG fino all’eliminazione, con un taglio lineare anno su anno. Se l’obiettivo è intervenire sugli oneri di sistema in bolletta, capisco la logica generale, ma così si scarica il costo dell’operazione su un pezzo di filiera agricola che ha investito con orizzonti lunghi.

Perché per molti impianti la fine del PMG coincide con lo spegnimento?

Perché i conti non tornano. La generazione elettrica da biogas agricolo è fatta di costi fissi (gestione, manutenzioni, personale, certificazioni), e di una struttura produttiva legata all’azienda. Senza una soglia minima, tanti impianti non coprono più i costi e si fermano: è questo il punto che stanno sollevando le organizzazioni del settore.

Quanti impianti sono coinvolti?

Le stime che circolano parlano di oltre mille impianti interessati; in Piemonte, ad esempio, si citano circa 250 impianti a rischio. È un tema nazionale, non locale.

Veniamo alla storia degli incentivi: cosa succede quando finisce la tariffa “storica”?

Molti impianti sono nati con una tariffa omnicomprensiva stabile, che per anni è stata un riferimento economico (la “tariffa unica” nota a tutti). In quella fase l’investimento aveva un senso perché il quadro era chiaro. Il problema è che oggi la sensazione è opposta: si investe e poi le regole cambiano. E quando parliamo di energia e contratti pubblici, basta una norma per cambiare il perimetro economico dall’oggi al domani.

La bozza spinge verso il biometano: perché non è una strada praticabile per tutti?

Il biometano ha senso, ma non è un interruttore che accendi domani mattina. Serve rete, servono autorizzazioni, servono investimenti. E soprattutto: per una quota importante di impianti, la riconversione non è tecnicamente fattibile o è sostenibile solo per pochi. Le stesse comunicazioni che stiamo leggendo dicono che, su centinaia di impianti medio-grandi, solo una minoranza potrebbe riconvertire, mentre gli altri sarebbero spinti alla chiusura.

Che tipo di investimenti rischiano di andare in fumo?

Parlo in modo molto concreto: un impianto non è “un pannello”. Ci sono interventi da centinaia di migliaia di euro – penso al solo motore, alle manutenzioni straordinarie – fatti perché si ragionava su un orizzonte pluriennale. In più lo Stato chiede certificazioni e adempimenti che hanno un costo; se poi togli in corsa il meccanismo che regge la fase post-incentivi, il messaggio è devastante.

Qual è la richiesta al Governo e al Parlamento?

Semplice: correggere la norma. Nessuno pretende rendite infinite, ma servono regole stabili e tempi realistici, coerenti con gli obiettivi energetici e ambientali che lo stesso Paese si è dato. È una questione di affidabilità: senza affidabilità, gli investimenti si fermano e perdiamo un pezzo di transizione energetica agricola che, fin qui, ha funzionato.

Un’ultima battuta: perché questo tema riguarda anche chi non ha un impianto?

Perché qui non c’è solo elettricità. C’è organizzazione aziendale, gestione dei reflui, digestato, una produzione programmabile che si integra con zootecnia e seminativi. Spegnere gli impianti significa rompere un equilibrio costruito in anni.

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