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Cereali, la crisi resta aperta: “Servono risposte, non silenzi”

02/03/2026

La questione cerealicola resta sul tavolo: un comparto che continua a operare sotto costo, con ricavi che non coprono più le spese di produzione.
Il frumento panificabile resta quotato intorno ai 23 centesimi al chilogrammo, un livello che non copre i costi di produzione, mentre fertilizzanti, fitofarmaci, carburanti ed energia continuano a incidere pesantemente sui bilanci aziendali. Una forbice che non si chiude e che sta mettendo in seria difficoltà le aziende cerealicole del territorio pavese, in particolare nell’area dell’Oltrepò.

Negli ultimi anni le superfici coltivate si sono già ridotte in modo sensibile. Il rischio, oggi, è che la contrazione prosegua, con effetti a catena sull’intero sistema agroalimentare provinciale. La cerealicoltura non è un comparto marginale, ma una base produttiva strategica che incide sull’equilibrio agronomico dei suoli, sulla rotazione colturale e sulla tenuta economica delle imprese.
A tornare sul tema è Stefano Lamberti , presidente della sezione cerealicola di Confagricoltura Pavia. «Non possiamo permetterci che la discussione si spenga - spiega Lamberti -. La situazione resta critica e non vediamo ancora interventi concreti in grado di incidere sul reddito dei produttori. Continuare a produrre sotto costo non è sostenibile, e il rischio è che sempre più aziende scelgano di ridurre le semine o di abbandonare il comparto».
Lamberti richiama l’attenzione anche sugli strumenti di regolazione del mercato: «resta aperta la questione della CUN grano duro, la cui efficacia operativa dovrà essere verificata nei fatti. Serve uno strumento realmente in grado di garantire trasparenza nella formazione del prezzo e di rafforzare il potere contrattuale dei produttori. In assenza di questo, il mercato continua a penalizzare l’anello agricolo della filiera».

A preoccupare il comparto è anche quanto contenuto nel recente DL Bollette, che va a ridefinire – riducendola – l’incentivazione del biogas elettrico. Una misura che rischia di avere ricadute indirette ma significative anche sulla cerealicoltura. «Molte aziende cerealicole forniscono prodotto agli impianti di biogas attraverso contratti pluriennali. Se l’incentivazione viene ridotta e gli impianti vedono compromessa la propria sostenibilità economica, il rischio concreto è la disdetta dei contratti di fornitura. Questo significherebbe per molte imprese trovarsi improvvisamente senza un canale di collocazione del prodotto, con ulteriori difficoltà di mercato».

Il nodo resta strutturale: concorrenza internazionale con standard non omogenei, volatilità delle quotazioni, aumento dei costi di produzione e fragilità nella capacità di aggregazione dell’offerta.
«Abbiamo bisogno di politiche coerenti con gli obiettivi di sostenibilità che vengono richiesti agli agricoltori. Se si alzano gli standard ambientali, occorre anche garantire condizioni economiche che permettano alle aziende di rispettarli senza essere espulse dal mercato. Non si tratta di assistenzialismo, ma di ristabilire condizioni di equilibrio. Senza un reddito adeguato, non c’è innovazione, non c’è sostenibilità, non c’è futuro per la cerealicoltura».

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